Economist: sanzioni alla Russia fallite, l’economia vola grazie a gas e petrolio, incassi cresciuti dell’80% in un anno

L’economia russa non è stata neanche scalfita dalle sanzioni occidentali, le misure imposte dall’Occidente sono risultate inefficaci. Dall’inizio della guerra, Mosca ha esportato combustibili fossili per almeno 65 miliardi di dollari

A certificare il fallimento delle sanzioni di Stati Uniti e Europa contro la Russia, non è la Tass, ma il più importante tabloid inglese del settore, l’Economist, che con una lunga analisi mette nero su bianco che dopo un primo periodo, dall’inizio di aprile l’economica di Mosca è in forte risalita.

L’economia reale, scrive il settimanale britannico, “si è rivelata sorprendentemente resiliente”, anche se i prezzi al consumo dall’inizio dell’anno sono aumentati di oltre il 10% e questo a causa dell’iniziale deprezzamento del rublo, che ha reso più care le importazioni, unite alla riduzione l’offerta dei prodotti di alcune compagnie occidentali che non hanno esportato in Russia.

Ma il deprezzamento del rublo è stato solo inziale, La valuta russa infatti da maggio è salita del 2,55% contro il dollaro a 66,751 dopo aver toccato 68,375, top da giugno 2020 e continua ad avanzare della medesima percentuale rispetto all’euro a 70,227 dopo aver raggiunto 71,91, massimo da febbraio 2020. Dunque il rublo, che è precipitato al minimo storico di 150 per un dollaro due settimane dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, nonostante l’incremento sensibile dell’inflazione e delle sanzioni, si è rafforzato considerevolmente.

I dati “in tempo reale” confermano che l’economia di Mosca sta tenendo. I consumi elettrici sono scesi ma di poco e secondo i numeri forniti da Sberbank, dopo un primo choc a marzo, i russi sembrano essere tornati allegramente a spendere in caffè, bar e ristoranti.

A fine aprile la banca centrale ha ridotto il tasso d’interesse chiave dal 17% al 14%, segnalando che il panico finanziario di febbraio si sta raffreddando. E a oggi le stime degli analisti, che si attendevano un crollo del Pil fino al 15% quest’anno, cominciano a sembrare eccessivamente pessimistiche.

Per l’Economist questa situazione non è inaspettata, la Russia aveva un’economia piuttosto “chiusa” anche prima dell’invasione in Ucraina e questo limita la portata dei danni che le sanzioni riescono a creare. Ma la ragione più forte del fallimento della strategia dell’Occidente è nelle fondamenta stesse dell’economia russa, basata saldamente sui suoi immensi giacimenti di combustibili fossili.

Dall’inizio della guerra, Mosca ha esportato combustibili fossili per almeno 65 miliardi di dollari, calcola il finlandese Centre for research on Energy and Clean air. Nel primo trimestre dell’anno gli incassi di Mosca dagli idrocarburi sono cresciute di oltre l’80% su base annua. Ogni giorno il Paese accumula circa un miliardo di dollari grazie al suo export energetico.

Nonostante Mosca abbia sospeso la pubblicazione delle statistiche sul commercio estero, alcuni numeri si possono ricavare dai dati diffusi dai suoi principali partner. Ad esempio, le esportazioni cinesi verso la Russia sono rimaste sostanzialmente stabili ad aprile, mentre le importazioni sono cresciute del 13%.

Al contrario, la Germania ha visto il suo export scendere del 62% e le importazioni contrarsi soltanto del 3%. The Economist calcola che, nel complesso, dal giorno dell’invasione dell’Ucraina, le importazioni russe si sono ridotte di circa il 44%, mentre le esportazioni sono cresciute di circa l’8%.

Al calo dell’import hanno contribuito l’espulsione di Mosca dal sistema Swift per i pagamenti internazionali e l’iniziale deprezzamento del rublo, che come spiegato sopra ha largamente recuperato terreno. Ma le esportazioni hanno tenuto sorprendentemente bene, grazie a Cina ed India, oltre a quelle verso i Paesi occidentali che non hanno mai smesso di comprare petrolio e gas dal Cremlino.

Il risultato di tutto ciò è che, secondo gli esperti, il surplus commerciale russo potrebbe raggiungere livelli record nei prossimi mesi. L’Institute of international finance stima che l’avanzo corrente potrebbe arrivare a 250 miliardi di dollari, il 15% del Pil, oltre il doppio rispetto ai 120 miliardi di dollari registrati nel 2021.

Come anche sottolineato da Claus Vistesen di Pantheon Macroeconomics, le sanzioni hanno finito per finanziare la guerra e la loro efficacia, osservazione confermata anche  Elina Ribbakova dell’Iif.

Rimane l’incognita, se i Paesi dell’Ue riusciranno a trovare l’intesa, del possibile blocco alle importazioni di petrolio russo. Ma, al di là delle divisioni che ancora dividono l’Unione, anche fosse approvato immediatamente, l’impatto dello stop comincerebbe a farsi sentire su Mosca soltanto a inizio 2023. A casse ampiamente riempite.

 

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